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Saturday, November 15, 2008

La mamma di Obama


Do not quote without permission. Copyright MicroMega 2008


E’ una donna che ha vinto le elezioni americane: è Stanley Ann Dunham, nata nel 1942 e morta di cancro nel 1995 ad appena 53 anni senza così vedere il suo sogno visionario realizzato, l’elezione di suo figlio Barack Hussein Obama a quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti. Il nome maschile le fu imposto dal padre, Stanley Dunham, che avrebbe preferito avere un figlio maschio. Unica figlia di Stanley e di sua moglie, Madelyn Payne, Stanley Ann fu una ragazza anticonformista e una madre solitaria, convinta di poter educare i suoi figli per prepararli a un mondo nuovo, globale e multiculturale, un mondo che non era certo presente nel suo quotidiano di bambina middle class di un’anonima cittadina del Kansas. Barack - Barry – come lo chiamava lei, è una sua creatura, il frutto di una paziente, attenta ed amorosa educazione che fu l’impegno della sua vita, tanto vedeva nei suoi due figli misti lo specchio di un futuro prossimo migliore, che pacifica nel caldo mélange del sangue le false opposizioni, gli odiosi sensi di appartenenza, le unreal loyalties, come le chiamava Virginia Woolf, che tanto ci rassicurano nel disperato bisogno di identità sociale di cui la nostra specie è vittima.

Al tempo della sua nascita, il 4 agosto 1961, suo figlio Barack era considerato ancora in metà degli stati americani il prodotto criminale di una miscegenazione, incrocio di razze, obrobrioso ibrido biologico la cui possibilità di esistenza non era semplicemente contemplata e i suoi autori puniti con la prigione. Parola impronunciabile oggi, termine coniato negli Stati Uniti nel 1863, con falsa etimologia latina, da miscere più genus, ad indicare la supposta differenza genetica tra bianchi e neri, la questione della miscegenazione diventa cruciale proprio durante gli anni della guerra civile americana e della conseguente abolizione della schiavitù, perché va bene dare diritti civili ai non bianchi, ma permettere relazioni intime tra bianchi e neri è un’altra storia. Il termine si trova per la prima volta nel titolo di un pamphlet pubblicato a New York, Miscegenation: The Theory of Blending of the Races, Applied to the American White Man and Negro, in cui l’anonimo autore rivelava che il progetto del partito repubblicano, che aveva sostenuto l’abolizione della schiavitù, era quello di incoraggiare al massimo il mélange di bianchi e neri affinché le differenze razziali si attenuassero sempre di più fino a scomparire. Si scoprì presto che si trattava di un falso, confezionato dai democratici per far inorridire i cittadini americani davanti all’intollerabile progetto repubblicano di un auspicabile métissage. Il delitto di miscegenazione fu definitivamente abolito nel 1967, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti sentenziò che le leggi anti-miscegenazione erano anticostituzionali, in risposta al famoso caso giudiziario Loving vs. Virginia in cui una coppia mista sposata fu condannata a un anno di prigione e a lasciare lo stato della Virginia per il solo fatto di essere stata trovata a letto sotto lo stesso tetto: il certificato di matrimonio appeso sopra il letto nuziale non fu considerato valido dai poliziotti che avevano scassinato la porta di ingresso e, armati di fucili, avevano pestato e umiliato i giovani sposi, perché era stato rilasciato in un altro stato che non condannava la miscegenazione. I fatti avvennero nel 1959 e la coppia dovette aspettare 8 anni per vedere infine riconosciuta la propria innocenza e l’indecenza morale di ciò che avevano subito.

Bisogna provare a immaginarsi quell’America per capire il coraggio di Stanley Ann, che si sposò incinta di quattro mesi a diciotto anni con il giovane e brillante studente kenyota Barack Obama senior., il primo africano ad essere accettato all’università delle Hawaii. Lui aveva 25 anni. Era arrivato alle Hawaii nel 1959 grazie a una borsa di studio del governo kenyota sponsorizzata anche dagli Stati Uniti per aiutare gli studenti africani più dotati a formarsi nelle università americane, per poi rientrare in patria e costruire nuove élites competenti e moderne. Cresciuto ai bordi del lago Vittoria, in una famiglia della tribù Luo, Barack senior aveva passato l’infanzia ad occuparsi del bestiame di suo padre, uno dei capi della tribù, e a frequentare la scuola del villaggio. Una prima borsa di studio gli aveva permesso l’accesso a un liceo di Nairobi. Alle Hawaii era arrivato per studiare economia, e si laureò in tre anni con i migliori voti della sua classe. Incontrò Stanley Ann a un corso di russo, che lei seguiva probabilmente attirata da quel paese così diverso dagli Stati Uniti, che le faceva sognare nelle lontane Hawaii la realizzazione dei suoi sogni di giovane atea marxista.
Stanley Ann era una ragazza timida, studiosa e sognatrice. Era nata a Fort Leavenworth in Kansas, dove il padre faceva il servizio militare. I suoi genitori, entrambi del Kansas, si erano conosciuti a Wichita, la più grande città del Kansas, nel 1940. La madre veniva da una famiglia rispettabile, gente che non aveva mai perso il lavoro nemmeno durante la grande depressione, e che viveva decentemente grazie a una concessione a una compagnia petrolifera sulle loro terre. Il padre veniva da una famiglia più difficile e modesta economicamente: cresciuto dai nonni, era diventato da adolescente particolarmente ribelle e scontroso, a causa anche del suicidio di sua madre. Il carattere duro gli rimase sempre: sarcastico e severo con Stanley Ann, sua figlia cominciò presto a distaccarsene e a manifestare una vera e propria insofferenza nei confronti delle sue maniere forti e troppo rozze, della sua eccessiva semplicità intellettuale, dello stile ottuso e maschile con cui conduceva i suoi rapporti familiari.

L’infanzia di Stanley Ann fu ricca di spostamenti: dal Kansas infatti i genitori andarono in California, poi di nuovo in Kansas, poi in varie città del Texas, a Seattle durante l’adolescenza della figlia, e infine a Honolulu, dove decisero di restare. Il padre aveva intrapreso affari di vario tipo, con un’alternanza di sucessi e insuccessi, per poi mettersi a commerciare mobili alle Hawaii. La madre lavorò sempre in banca, e a Honolulu divenne direttrice di un’agenzia bancaria. La coppia non aveva grandi interessi nella religione, anche se il padre cercò di convincere sua moglie Madeleine, detta Toot, a convertirsi alla congregazione Unitaria Universalista, un gruppo religioso che mescolava le scritture di cinque religioni diverse, con un argomento economico: “E’ come avere cinque religioni al prezzo di una!”. Ma infine fu dissuaso da sua moglie, la quale protestò che la religione non era come un supermercato. I numerosi spostamenti avevano fatto dei genitori di Stanley Ann una tipica coppia americana di ordinary outsiders, gente ordinaria, che si sposta per ragioni di soldi, che si sente profondamente americana nei valori, ma non sente radici particolari in nessun posto. Era una coppia comunque tollerante, il padre si considerava un bohème perché ascoltava jazz, scriveva poesie la domenica e non aveva paura di enumerare qualche ebreo tra i suoi più cari amici. La questione razziale non si era mai posta nella loro vita. La vita dei neri e dei bianchi nelle città che toccarono nel loro peregrinare era talmente segregata che per la maggior parte degli americani di quella generazione era un problema inesistente.

Stanley Ann cresceva solitaria, passava interi pomeriggi a leggere libri presi in prestito nella biblioteca del quartiere. Amava le lingue straniere, i romanzi europei e il Manifesto di Carlo Marx. A dodici anni, il primo trauma di intolleranza sociale. Arrivati in una cittadina del Texas, Stanley Ann diventa amica di una ragazza nera, figlia di vicini. I genitori non hanno nulla da obiettare, ma i compagni di scuola cominciano a prenderla in giro. Lo scherno diventa sempre più pesante, fino a diventare una vera e propria emarginazione. Toot, nonna di Obama, si ricorda della volta in cui trovò le due ragazze sdraiate in giardino, a guardare il cielo silenzione, mentre dalla cancellata che circondava il piccolo pezzo di terra i compagni di scuola e i ragazzi del quartiere urlavano ingiurie e insulti: “Nigger lover” strillavano a Stanley Ann, ad insinuare che la loro amicizia avesse connotazioni sessuali, unica ragione di attrazione per il diverso, come se il contatto con il nero non potesse che rappresentare un fantasma sessuale, un’alterità selvaggia e un desiderio rimosso nel puritanesimo wasp dell’America Anni Cinquanta.
Il Texas violento, intollerante e conformista non piace neanche ai genitori, che decidono di trasferirsi a Seattle, nuova frontiera economica dell’estremo Ovest degli Stati Uniti. La città è più aperta e accogliente, Stanley Ann fece a Seattle tutta la scuola superiore. Marine Box, la sua migliore amica all’epoca la ricorda come la più brillante delle studentesse, non tanto per i risultati scolastici, ma per la sua capacità di pensare da sola, di non piegarsi ai cliché e ai conformismi culturali del suo paese. Si professava atea per esempio, scandalizzando così i compagni di classe.

Quando i genitori si trasferiscono alle Hawaii, Stanley Ann si iscrive all’università di Honolulu. Nonostante le durezze del padre, il suo incontro con Barack Obama senior non è ostacolato dai genitori: lo invitano subito a cena, pensando che quel ragazzo si senta solo, così lontano da casa. Ovviamente le gaffes sono tante, data la poca dimestichezza con la gente di colore: il padre gli chiede subito se sa cantare e ballare, e la madre gli dice che assomiglia così tanto a Harry Belafonte. Ma Barack sr. non si lascia intimidire, anzi, una sera a una festa canta davanti a tutti, senza perarltro avere una gran voce, ma la sua sicurezza e il suo carisma sono percepiti da tutti. E’ un uomo fiero delle sue origini africane, figlio di un capo, che non ha mai subito le umiliazioni dei neri americani e non sente il peso del colore della sua pelle in quell’America violenta, segregata, ma ancora ingenua sulle questioni razziali, che non si è ancora confrontata con le Black Panthers, con i movimenti di rivolta e di costruzione dell’identità afro-americana.

Appena dopo la nascita di Obama Hussein, il padre è selezionato dalle migliori università americane e decide di proseguire i suoi studi a Harvard. Stanley Ann non ha voglia di seguirlo nel Massachussets: è felice del suo bébé, pienamente soddisfatta, ma non si vede in una vita di moglie di un politico kenyota. Sa che il destino di suo marito è segnato, che dovrà rientrare in Kenya, perché il suo successo negli Stati Uniti è un esempio per tutta una nazione, perché è per questo che è stato mandato a studiare in America. Decidono di separarsi in amicizia, Barack sr. viene da una cultura poligama, e quindi sa bene che la sua vita di marito e padre non finisce lì. Stanley Ann è sufficientemente sicura di sé e felice di quel figlio meticcio da tornare a Honolulu senza complessi, e riprendere i suoi studi. Riesce a ottenere una laurea in matematica e un master in antropologia nel 1967. Nello stesso anno, incontra un altro studente straniero, Lolo Soetoro, un ragazzo indonesiano piccolo, bruno e gentile, che comincia a frequentare casa Dunham. Toot, la madre di Stanley Ann, gioca a scacchi con lui ogni sera, e lo prende in giro perché “Lolo” in hawaiano significa “pazzo”. Ma di pazzo questo ragazzo non ha nulla; è estremamente cortese, affettuoso con il piccolo Barry e decisamente innamorato di quella giovane donna stravagante e avventurosa. Le propone di sposarlo, e di trasferirsi con lui a Jakarta. Stanley Ann accetta e parte con suo figlio per l’Indonesia alla fine del 1967, negli anni dell’irresistibile ascesa di Suharto al potere, delle purghe anti-comuniste e del declino del vecchio presidente, fondatore dello stato, Sukarno. Stanley Ann trova lavoro all’ambasciata americana, dove spesso porta con sé il suo bambino, che passa le giornate nella biblioteca dell’ambasciata a leggere la rivista Life. Gli parla di politica, di geografia, di relazioni internazionali. Lolo racconta a Barry i miti indonesiani, il grande Hanuman, dio scimmia e guerriero invincibile contro i demoni. L’ateismo comunista del governo Sukarno viene ben presto sostituito con una nuova ondata religiosa sotto Suharto. A scuola si studia la religione musulmana: l’Indonesia è il più grande paese convertito all’Islam. Barry è esposto a tutte queste influenze, tutte queste culture. Non ha problemi di appartenenza razziale: lui una razza non ce l’ha, è un cittadino del mondo, è curioso come sua madre, interessato alla differenza, sicuro di sé e completamente a suo agio nella normalità quotidiana che è il clan multietnico della sua famiglia ricomposta. Nel 1970 nasce sua sorella, Maya Kassandra Soetoro. Barry va a scuola, ma la sveglia per lui è alle tre della mattina, quando sua madre entra in camera sua sulle note di Mahalia Jackson, gli legge la biografia di Malcolm X, gli fa ascoltare i discorsi del reverendo Martin Luther King, insomma, gli inculca di forza un senso di appartenenza alla cultura afro-americana, che sta prendendo piede negli Stati Uniti, sta trovando una forma politica, un’identità comunitaria e un linguaggio.

Barry deve saper essere tutto: americano, nero, bianco, cosmopolita, perché questo è il suo futuro, questo è il sogno azzardato e visionario di sua madre. Quando il matrimonio con Lolo inizia a vacillare, Barry viene rimandato un anno dai nonni alle Hawaii. E’ lei che lascia Lolo, perché lui desidera avere altri figli. Presto anche Stanley Ann e Maya rientrano a Honolulu, e il clan si ricompone questa volta senza mariti, ma con i due figli e i nonni Dunham. I genitori di Stanley Ann si dedicano con amore al piccolo Barry, ma, a differenza di quello che si è letto sui giornali, non sono loro ad educarlo: è la madre che veglia sulla sua educazione, lei che, una volta rientrata alle Hawaii, ha ripreso gli studi per riuscire finalmente ad ottenere un dottorato in antropologia a cinquant’anni, nel 1992. Sceglie come terreno di ricerca la società rurale indonesiana, che le dà occasione di ritornare spesso in Indonesia, affinché sua figlia Maya possa vedere suo padre, con il quale ha mantenuto buoni rapporti di amicizia. Nel 1977 decide di fare un soggiorno più lungo, sempre per la sua ricerca. Andrà sola con Maya, perché Barry preferisce terminare la scuola negli Stati Uniti.

La carriera di Stanley Ann intanto si sviluppa in una nuova direzione: si occupa di sviluppo rurale, di progetti di microcredito per le donne indonesiane per varie agenzie e banche internazionali. La sua vita, la sua esperienza di donna e di madre di due figli multietnici è diventata il terreno della sua crescita intellettuale, le ha fatto capire cose che altrimenti non avrebbe visto sulle differenze sociali e culturali, sulla condizione delle donne, sulla condizione delle minoranze etniche. La sua autobiografia è il suo campo di sperimentazione, è insieme osservatrice e protagonista del mondo che si trasforma e si globalizza. Ma il suo entusiasmo e la sua carriera vengono stroncati di lì a poco da un cancro alle ovaie, che la uccide a cinquantatré anni, nel 1995.

C’è da chiedersi quanto ci sia di questa donna indipendente, autorevole e coraggiosa nell’obamania che ha preso il mondo intero durante le elezioni americane. Il nuovo che Obama rappresenta non è forse solo la sua pelle scura, ma anche quella sua profonda capacità di comprendere e di conciliare gli opposti che solo un uomo che ha accettato l’esempio e l’autorità di una donna può avere. Obama è di una generazione nuova perché è figlio di una donna autorevole intellettualmente, perché può avere una madre come esempio invece di un padre, perché è intriso di valori femminili di tolleranza e comunione. Obama è il prodotto di questa donna, ed è il suo più gran successo. Certo, durante la campagna elettorale era meglio tenere il ricordo di Stanley Ann lontano dalle luci della ribalta, e raccontare la storia del bambino nero allevato dai nonni del Kansas. Ma ora che Obama è presidente, ci sarà occasione finalmente di rendere onore a chi questo figlio perfetto se l’è inventato, curato ed allevato per farne l’icona del mondo che verrà e che lei non vedrà.