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Saturday, November 05, 2011

Diario Brasiliano: 2. Reputaçao





A Porto Alegre, a cena da amici galleristi, discutiamo di vini e di quadri. Hanno una bella collezione di pittori del Rio Grande do Sul, niente da invidiare ai nostri De Pisis o ai Rosai, i Tirinnanzi, i Capogrossi, come se la storia del loro Novecento ripercorresse a distanza quella del nostro. Ma possibile che colori così diversi, esperienze politiche così lontane, abbiano creato due sequenze parallelle di autorità artistiche così simili? Ditemi sinceramente, sapreste distinguere il dipinto di Joao Fahrion (1898-1970) qui sotto da un nostro De Pisis?

O questo, quotatissimo, di cui ho dimenticato il nome, da un Rosai?


Eppure, per me sono quadri che non parlano, restano muti. Com'è possibile il paesaggio qui sopra, con la luce rosa da tramonto toscano, i siena bruciata dei tetti, la chiesetta, sia un paesaggio brasiliano? E perché riferirsi, deferire all'alrte del paesaggio italiano anche laggiù, nel Rio Grande do Sul? Quel che non mi torna è che sembra una tradizione importata, copiata, che non ha nulla di autoctono. Ma almeno di questi pittori riusciamo a parlare con i padroni di casa. I maestri sono evidenti, le tradizioni parallele, le influenze lampanti, come una storia parallela raccontata da due parti del mondo diverse.

E invece, mentre si procede d'epoca, i canoni iniziano a confondersi. Allora l'ultima misura è la reputazione delle espoziozioni internazionali (questo pittore è stato esposto alla Biennale di Venezia, quest'altro a NY) e il prezzo, ovviamente.


Cosa posso dire infatti del quadro qui sopra? A me ricorda Folon con un tocco di esotico nella bocca dentata del coccodrillo in basso a sinistra. Gli unici indizi di qualità su cui riusciamo a comunicare sono completamente indiretti. Il prezzo, le mostre, chi l'ha comperato. Il pittore non lo conosco, è qualcuno del Rio Grande do Sul, che ha un suo mercato locale, ma non è entrato nel Big Business internazionale. In qualche modo si vede, anche se forse le mie percezioni sono influenzate da quel che sapevo, che i miei amici mi hanno detto, permettendomi così di filtrare l'immagine in un certo modo. Però sì, si vede che parla a un pubblico locale.
Non si può dire lo stesso di artisti brasiliani, altrettanto sconosciuti per me, nei quali immediatamente si riconosce la traccia della "qualità globale": prendiamo Adriana Varejao, che, con un'operazione di pop-art mista a design e tradizione, dipinge giganteschi azulejos su tela, ed è quotata nelle aste di Christie's tra il 250 000 e il mezzo milione di dollari:



Si vede subito che i suoi interlocutori sono ben altri. Certi disegni evocano la grazia e la violenza di Kiki Smith, il formato gigante che riproduce il dettaglio a fondo, i grandi maestri pop come Roy Lichtenstein, l'azzurro e bianco dell'azulejos il più sofisticato design contemporaneo. L'arte contemporanea non è solo una questione di reputazione nell'occhio di chi guarda (chi è l'artista, chi lo compra, dove espone, quanto costa), ma anche di reputazione degli interlocutori della converazione immaginaria che ogni opera d'arte mette in atto. Ogni volta che creiamo un'opera d'arte abbiamo in mente un gruppo di pari, vivi o morti, grandi o piccoli, che avrebbero il loro posto nella sequenza di pensieri e gesti che hanno portato fino al nostro atto. La Varejao partecipa a una conversazione più raffinata, più colta e internazionale, rispetto al suo collega del quadro precedente. Lo si riconosce subito. Non è solo la sua qualità intrinseca, né solo gli effetti stregati e capovolti di reputazione, ma il modo in cui ha saputo orchestrare il prestigio di una conversazione.

Lo stesso per il vino. Ho approfittato della meravigliosa ospitalità dei miei amici per gustare una serie di bottiglie da 90/95 punti Parker, tutte argentine o cilene. Non che non esista vino brasiliano. Ce n'è anche troppo. Sauvignon, per esempio, proprio in Rio Grand Do Sul. E poi di tutto, Cabernet, Cabernet Franc, Merlot, Malbec. Eppoi mezzo mondo del vino sta accorrendo in Brasile a comperare terre da coltivare a vite. Ma il vino brasiliano non ha ancora trovato un suo cantore, forse l'eccessiva modestia di questo paese, non so. Benché identico, soprattutto nel Sud, a quello argentino, tranne per qualche produzione di punta, il vino brasiliano non ha per ora nessuna reputazione.

Assiaggiamo allora un Rutini 2009, la più antica produzione di vini argentini:


I padroni di casa mi stampano la critica del Wine Spectator, sempre per cercare di coordinare i nostri gusti e le nostre parole, cercare un linguaggio valutativo comune. Non basta un ranking per capirsi, ci vuole un ranking condiviso. Ora, i ranking condivisi, quando si viaggia lontano, sono quelli più visibili, i ranking dominanti, non certo quelli di maggiore qualità. E infatti arrivano a cena due ricchi commercianti brasiliani, gente che viaggia il mondo e che ci tiene al "consumo ostentatorio" di beni, per segnalare una certa reputazione da "signori". Parliamo di champagne. Anche se non sono un'esperta, la mia coversazione è troppo specialistica per loro. Non conoscono la differenza tra un Blancs de Blancs, ossia uno champagne fatto solo da uve chardonnay, e una cuvée prestige. Non sanno che le uve dello champagne sono il Pinot Noir, lo Chardonnay et il Pinot Meunier, non sanno cosa significa Millésimé.
Tutto ciò che conoscono sono i nomi di Moët & Chandon et Veuve Cliquot, ossia i "picchi" di celebrità nel mercato dello champagne, i nomi più reputati internazionalmente. Ma nessuno a Parigi direbbe che i migliori champagne sono questi. Questione di conversazione. Ogni circolo ha le proprie autorità. E' per questo che è così difficile "farsi bello" lontano dai propri interlocutori abituali. Perché non ti capiscono o ti prendono per uno che non sa le regole del gioco.

Il gioco della reputazione è un gioco linguistico complesso, che bisogna saper padroneggiare. I segnali di reputazione sono in gran parte ancorati a contesti locali. Solo pochi indici sorvolano il mondo intero. Bisogna coordinare il valore delle proprie autorità alle autorità degli altri, smussare i valori, trovare delle griglie comuni di notazioni. E' per questo che il successo di Robert Parker nel mercato dei vini fu così imponente. I Parker Points sono una griglia estensiva, da 50 a 100, molto più informativa quindi dell'uno, due o tre bicchieri delle guide Michelin o Veronelli. Inoltre i punti parlano a tutti, molto di più delle complicate descrizioni dei critici. Se avessimo lo stesso sistema di notazione, diverso dal prezzo, per l'arte contemporanea (Questo è stato giudicato tre pennelli, questo quattro) sarebbe forse più facile parlarne senza fingere expertises che non esistono.